Coming out: sentirlo, desiderarlo e temerlo.
Quando uscire dall’armadio non basta: un pensiero da condividere per affrontare con coraggio i tabù che restano quando il coming out non libera davvero.
Essere una persona queer spesso significa vivere due vite: una visibile e condivisa, l'altra nascosta o taciuta.
All’esterno, costruiamo una vita a nostra immagine: relazioni autentiche, spazi sicuri, amicizie che diventano famiglia. Dentro, spesso nella nostra casa d’origine o con i parenti, si cela il silenzio.
Dopo il coming out, ci aspetteremmo dialogo, domande, interesse. E invece, molte volte, non c’è ostilità esplicita, ma nemmeno accoglienza. È come se, da quel momento, la nostra verità diventasse qualcosa di scomodo, un vero e proprio tabù.
Quel silenzio crea distanza. Una distanza che non si misura in chilometri, ma in assenze: di parole, di empatia, di curiosità sincera e supporto emotivo.
Così nasce la seconda vita: quella in cui filtriamo le parole, cambiamo i pronomi, omettiamo dettagli importanti. Raccontiamo le nostre giornate a metà, per non sentire quella fitta al petto quando ci rendiamo conto che i nostri interlocutori – spesso genitori o familiari – in realtà non vogliono sapere.
E allora ci chiediamo:
I nostri genitori sanno davvero chi siamo? Sanno come stiamo? Sanno chi amiamo, cosa ci ferisce, quali battaglie affrontiamo per essere in pace con noi stessə?
Sanno quanto ci costa doverci censurare, ancora una volta, presentando il compagno o la compagna come "amici" durante le feste o i rientri a casa?
Essere out, a volte, è solo metà del cammino. Perché, se dall’altra parte non c’è ascolto, apertura, desiderio di conoscerci davvero, allora resta solo un tabù.
Un tabù da abbattere.
Da affrontare con coraggio.
Con cura.
Questo post – che approfondisce il decimo capitolo di Ghiacciai – è nato da una necessità narrativa, ma anche dal desiderio di aprire uno spazio di riflessione condivisa sul coming out e su cosa accade dopo.
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