#5 Mostruositrans e bestialitrans come condizione di non-coincidenza originaria tra sé e il mondo: La solitudine del diverso nella poesia di Edgar Allan Poe
Elia Bonci torna su Narrative Queer con uno scritto che affonda le radici nella poesia "Solo" di Edgar Allan Poe: uno sguardo inedito e contemporaneo.
Solo, poesia di Edgar Allan Poe del 1829, si apre con un atto di nascita mostruoso:
«Fin da bambino, io non sono stato uguale agli altri»
Il poeta ci mette subito in guardia sulla sua mostruosità e la sua diversità, affermando una non-coincidenza originaria con la normalità che lo circonda. Il suo venire al mondo sembra essere un difetto di allineamento che precede ogni scelta e che rende la sua alterità ontologica, in cui la mostruosità che gli appartiene non deriva dell’effetto dello sguardo esterno ma è la forma stessa della sua esperienza e della sua esistenza.
Il soggetto poetico di Poe nasce già fuori asse e possiamo definirlo mostro perché rivela immediatamente l’arbitrarietà della norma cui eccede.
Quello che il poeta ci confida tra le righe è che la diversità non è una trasformazione tardiva, che le soggettività dissidenti, i mostri e le bestie d’ogni specie non diventano diverse nel corso del tempo.
Arriva un momento di frattura nella vita delle persone trans*, delle persone nere, delle persone grasse, in cui si rendono conto di essere al mondo senza la possibilità di poter coincidere con il modo in cui il mondo le riconosce.
«Non ho mai guardato il mondo come gli altri»
Continua a scrivere Poe, insistendo ora sulla potenza dello sguardo non normato.
Il poeta dichiara non solo di non essere uguale agli altri ma anche che la sua percezione e il suo vedere il mondo e le cose del mondo non passano per i codici sociali.
Quello di Poe oggi diremmo che è uno sguardo non-umano, non addomesticato, in cui avviene uno sganciamento dall’umano normativo.
Come ha scritto egregiamente Preciado «guardare, nella modernità, equivale ad adottare una posizione binaria, patriarcale, coloniale e abilista1» e per questo il soggetto poetico di Solo ne prende le distanze.
Dichiarando di non essere «uguale agli altri» Poe annuncia un processo che può essere letto e interpretato come di disidentificazione con l’umano.
Rileggendo oggi questa poesia possiamo forse dire che il poeta anticipa il concetto di bestialitrans2, perché ciò che emerge non è una semplice eccentricità individuale, ma la consapevolezza che lo sguardo umano, così come è stato storicamente costruito, non basta più a vedere il reale, limitandosi a riconoscere solo ciò che gli somiglia.
La bestia, invece, guarda da un altrove che non può essere del tutto tradotto o compreso.
Anche quando tenta l’adattamento, anche quando si sforza di aderire alle forme dell’umano, la sua percezione resta altra e disallineata.
Poe sembra suggerirci che è solo da questo sguardo eccentrico, non umano e non addomesticato, che il mondo può finalmente apparirci per ciò che è.
In modo lapidare il poeta ci lancia addosso tutta la solitudine che caratterizza un’esistenza dissidente:
«Ciò che io ho amato, l’ho amato da solo».
Introduce qui l’isolamento e la solitudine come condizione strutturale del diverso, un soggetto che ama da solo e non è amato mai perché non può condividerne l’esperienza.
Quella che ci racconta Poe non è una solitudine romantica o vittimistica scelta, ma una condizione di isolamento causata da un’esperienza non pienamente traducibile.
Il mostro, il poeta, la persona trans* o la bestia non vengono soltanto escluse come soggettività per la loro diversità ma non sono neppure ammissibili dal pensiero e dallo sguardo dominante.
La poesia di Poe è un potente strumento di lettura politica del presente e dei meccanismi binari e rigidi che la società attua nei confronti delle soggettività non previste.
Come possiamo notare leggendo l’intero componimento, lo scrittore ci presenta la mostruosità come dispositivo di verità.
Come ha scritto anche Foucault nel suo libro gli anormali, ci rendiamo conto che in Solo il soggetto non è mostruoso perché viola una regola specifica ma semplicemente perché esistendo mette in crisi l’idea stessa che esista una condizione normata di essere umano.
Essendo nato diverso, Poe smaschera con la sua poesia la naturalizzazione dell’uguaglianza dimostrando che la sua sola esistenza è la prova che la norma è costruita.
Tutto quello che il soggetto poetico fa in Solo è fallire: fallisce nell’essere come gli altri nascendo diverso e fallisce nel condividere e ricevere amore.
Il suo fallimento però è del tutto produttivo dal momento in cui ha la capacità di generare uno sguardo altro e inedito.
Proprio come Poe, la transgenerità può essere vista come un fallimento del genere assegnato alla nascita, che da l’opportunità a chi la vive di avere una via di fuga dall’umano normato.
La potenza politica e mostruosa di questo componimento credo che risieda tutta nei versi conclusivi: «e dalla nube che prendeva forma \ la sagoma di un demone al mio sguardo».
Poe in questa poesia non solo dichiara apertamente di essere nato diverso, e che quindi la diversità è una caratteristica innata e intrinseca che lo contraddistingue, ma conclude scrivendo di vedere improvvisamente un demone o quello che probabilmente è soltanto il suo riflesso.
Il soggetto poetico non è di per sé il demone, ma lo scrittore lo vede emergere ovunque, perché è il mondo a riflettere la sua immagine come mostro.
Se Poe afferma di non aver mai guardato il mondo come gli altri, Preciado sembra raccogliere quell’affermazione e rilanciarla nel presente, trasformandola in gesto politico:
Non guarderò come voi, perché il vostro sguardo non mi contiene.
Il demone che emerge dalla nube in Solo non è una creatura liminale ma anzi una figura speculare, è ciò che appare quando il mondo viene osservato da chi è stato nominato mostro, semplicemente il proprio riflesso nello specchio.
Poe, proprio come Preciado, non rivendica un’identità altra per essere finalmente riconosciuto, ma accetta la mostruosità come nascita e come punto di partenza.
Se il soggetto poetico di Poe vede il demone ovunque, è perché il mondo, guardato da una prospettiva bestiale e trans*, rivela finalmente la propria natura instabile, violenta e binariamente incompleta.
Forse quello che voleva dirci Poe in Solo è che certe esistenze mostruose o bestiali non chiedono né compagnia né consolazione e neppure comprensione, anche se la loro forma originaria è quella di un demone o di qualcuno che il mondo non è pronto a riconoscere, ma solo un piccolo spazio da cui osservare la vita.
Solo di Edgar Allan Poe
Fin da bambino, io non sono stato
uguale agli altri; non ho mai guardato
il mondo come gli altri; le passioni
da una fonte comune non ho tratto.
Dalla stessa sorgente non ho attinto
il mio dolore; né ho accordato il cuore
alla gioia di chi mi stava accanto.
Ciò che io ho amato, l’ho amato da solo.
Allora – nei miei primi anni, nell’alba
delle burrasche di una vita – è sorto
dai grandi abissi del bene e del male
questo mistero che ancora mi avvince:
sempre, dalla fontana o dal torrente,
da quella rossa rupe in cima a un monte,
dal sole che girava intorno a me
nel suo bagliore dorato d’autunno,
dal lampo che scoccava in mezzo al cielo
sfiorandomi nel suo rapido volo,
dalla tempesta e dal rombo del tuono,
e dalla nube che prendeva forma
(mentre il resto del Cielo era sereno):
la sagoma di un demone al mio sguardo3
Le parole di Giulia – Founder di NQ
La scrittura di Elia porta con sé uno sguardo inedito sul testo poetico che difficilmente trovi altrove: considero questo nuovo scritto di Elia uno dei testi più maturi della rubrica Transmostruosità che mi piace sempre ricordare essere stata la prima di NQ.
Supporta Narrative Queer
La rubrica fa parte di Narrative Queer, un progetto indipendente nato dal desiderio di coltivare benessere psicologico e senso di comunità attraverso la condivisione di esperienze non normative.
Disphoria Mundi, Paul B. Preciado, Fandango, Roma 2023
Anatomia di un mostro, Elia Bonci, D editore, Roma 2025
Scritta intorno al 1829 e pubblicata nel 1875 solo dopo la sua morte






