#4 Minotauri e margini. Corpo trans* e labirinto della definizione
Nel cuore del labirinto, con Elia Bonci. Un testo necessario su corpi, margini, e quella bestialità che ci è stata insegnata a temere ma che possiamo imparare a riconoscere come nostra.
Nel labirinto non ci si perde. Nel labirinto ci si trova. Nel labirinto non si incontra il Minotauro. Nel labirinto si incontra se stessi, scriveva il pittore austro-ungarico Hermann Kern.(1)
Perdersi per ritrovarsi, cercare una via di fuga dall’ordinario che soffoca e sottomette, provare a raggomitolare il filo d’Arianna che tiene unita la nostra stessa esistenza ci contraddistingue come esseri umani.
Interrogarsi, scriversi e riscriversi, rendersi conto a un certo punto di abitare un corpo dissidente, differente, fuori-norma, fuori controllo e altresì bestiale.
Domandarsi: Sono io la bestia? è il mio corpo sbagliato? se non sono umano, con questo corpo che mi porto addosso, allora cosa sono?
C'è una figura mitica che più di ogni altra sembra parlare e raccontare di corpi che eccedono la norma, devianti, deviati: il Minotauro.
Mostro per decreto, bestia per nascita, mostro per volontà altrui, figura che occupa uno spazio liminale tra l’umano e il non-umano e che può venirci in aiuto per parlare di transgenerità, bestialità e i labirinti delle definizioni che ingabbiano e snaturano.
Frutto di un desiderio deviante – quello di Pasifae, che osa amare oltre i confini del lecito, trasgredendo i confini tra umano, animale e divino – il Minotauro è punito con la sua stessa esistenza bestiale, con un corpo mezzo animale e mezzo umano, ma anche con l’invisibilità che è il suo cruccio più logorante.
Sepolto in vita nel cuore di un’architettura costruita da Dedalo proprio per confinarlo ed escluderlo dallo sguardo del mondo, il labirinto che per il Minotauro ormai è casa rappresenta una prigione ma anche un simbolo di controllo e sottomissione.
Il labirinto, nome di alcune leggendarie costruzioni architettoniche dell’antichità, di struttura ingegnosa e talmente complicata, per intreccio di stanze, corridoi, gallerie, da rendere assai difficile l’orientamento e quindi l’uscita a chi vi fosse entrato(2), rappresenta oggi ciò che si erige attorno ai corpi dissidenti e ai corpi trans*, quelli che la società non sa nominare se non come errore.
Ogni svolta, ogni corridoio, ogni muro, assomiglia a un referto medico, a un documento anagrafico, a un modulo da compilare, a una diagnosi: linguaggi e pratiche che pretendono di definire chi sei, dove puoi stare, quanto puoi esistere e in che misura puoi mostrarti all’interno della società in cui vivi.
Nel mito il Minotauro non ha voce, non può rendersi visibile o ascoltabile. Esiste solo per essere nascosto, eliminato, espiato, superato dall’eroe cis-eteronormato Teseo.
Ma cosa succede se cambiamo prospettiva?
Se smettiamo di raccontare questa storia dal punto di vista dell’eroe, e cominciamo invece ad ascoltare il respiro affannoso che viene dal centro del labirinto? Se ci fermiamo a pensare per un solo secondo a quello che prova la bestia, alla paura e al dolore che graffiano all’altezza della cassa toracica per un’esistenza costretta nell’ombra e nella vergogna?
Se riconosciamo che quello è il cuore pulsante della verità mostruosa, il nodo della nostra cultura, non il suo scarto? Dovremmo quindi metterci all’interno del labirinto e chiederci se la bestia non sia un errore ma una delle tante possibilità dell’umana esistenza.
Se quel corpo ibrido e liminale, così ostinatamente escluso dalla polis, sia in realtà il corpo che più radicalmente interroga l’umano e il significato stesso di umanità. Nel suo silenzio viscerale, il Minotauro ci dice tutto su come ci comportiamo con le bestie e con i mostri.
Quello del Minotauro è anche il corpo trans*, relegato ai margini dell’identificabile, nominato solo attraverso ciò che manca o ciò che eccede, definito troppo poco uomo, troppo poco donna, troppo troppo, troppo altro.
È la figura della disobbedienza anatomica, della vertigine ontologica, della mostruosa bellezza che sovverte la grammatica del mondo, del ribaltamento completo della semantica dell’esistenza normata.
Essere un corpo sovversivo, quello del mostro-minotauro e quello trans*, è la sua colpa più grande. La bestia, da sempre, è ciò che sta sotto: sotto l’umano, sotto la ragione, sotto il linguaggio.
Bestiale è ciò che non si doma, che non si addestra, che non si piega. La storia della nostra società è una storia di addomesticamenti continui, dove ciò che non può essere normalizzato e sottomesso viene appellato come bestia per poter giustificare la sua umiliazione, la sua segregazione e la sua soppressione.
Il corpo trans* è letto dallo stesso occhio che guarda e giudica il Minotauro come corpo inferiore, sbagliato e contro natura. C’è qualcosa che inquieta nel corpo dissidente che abita la transgenerità, ed è la sua potenza politica perché non solo sfugge al binarismo ma solo esistendo ha la possibilità di smentirlo.
È la prova vivente che l’ordine dei generi è costruito, che può essere smontato, riscritto e ridistribuito. È un corpo che agisce e rivendica la propria verità contro ogni imposizione proprio come quello del Minotauro, che spaventa perché si presenta come una contraddizione incarnata che sfugge a ogni classificazione.
Mezzo uomo e mezzo toro, non è né una cosa né l’altra, ma entrambe e proprio in questo eccedere, in questo essere più, sta la sua potenza.
Il Minotauro è la rottura del confine, la minaccia dell’ibridazione, dell’ambiguità che mette in crisi l’ordine simbolico fondato sulla separazione tra umano e animale, tra maschile e femminile, tra ciò che è degno e ciò che è indegno di esistere alla luce del sole.
Ed è per questo che il corpo trans* e quello del Minotauro vengono nascosti, intrappolati, sepolti. Essere persone trans*, oggi, vuol dire ancora ritrovarsi gettatx in quel labirinto privante e disorientante.
Le pratiche mediche che chiedono coerenza, stabilità, chiarezza, la burocrazia ostacolante e che non contempla ambiguità, la lingua che esclude e silenzia sono solo una parte del labirinto.
Il corpo trans* diventa quindi un corpo da ordinare. Ma che succede se smettiamo di cercare una via d’uscita dal labirinto e iniziamo ad abitarlo?
Abitare il centro del labirinto significa reclamare la propria mostruosità e la propria bestialità come sacralità. Cambiando prospettiva, Il Minotauro non è più il simbolo della devianza, ma il custode di un sapere altro: quello di chi resiste all’architettura del mondo normativo, e sopravvive comunque.
Forse essere trans* è proprio questo, un atto mitologico di sopravvivenza e resistenza politica. Restare vivx nonostante, e attraverso, la mostruosità che ci viene appiccicata addosso e che possiamo imparare a trasformare in linguaggio nuovo, in rabbia, in desiderio di rivalsa e rivolta.
E se davvero esiste un’uscita da questo labirinto, allora sarà il Minotauro a mostrarcela, perché solo chi conosce i margini può disegnare nuovi centri.
1)Hermann Kern (Liptóújvár, 1838 – Maria Enzersdorf, 1912)
2)https://www.treccani.it/vocabolario/labirinto/
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