#4 Celeste - Normalizzare la "tristezza": un'uscita speciale dalla rubrica "Senza Pensieri" ideata da Celeste Miraka e curata da NQ
Oggi è il giorno di Celeste: il giorno in cui ci racconta di quando ha deciso di sedersi con sé e mettersi a nudo in questo articolo che unisce parola e autoritratto.
Celeste si racconta a NQ
Intervistare me stessa è una cosa nuova.
Di sicuro ho sempre parlato di me con la scrittura, dei miei sentimenti, delle mie emozioni, del passato che fa da ombra al presente e, ancor di più, al futuro.
Ho parlato dei miei sogni e delle mie paure e, soprattutto, della tristezza che da sempre mi caratterizza e mi tiene compagnia.
Il foglio bianco è sempre stato per me un gran confidente ma non mi ero mai trovata a fare delle domande strutturate, prefissate, a me stessa, così come ho fatto con le altre.
#4 - Celeste
Sono Celeste, una donna del Sud Italia, precisamente della Campania, proveniente da un piccolo paesino, o come piace dire alla mia compagna attuale: “dai Monti della Campania”.
Sono una donna Lesbica, una scrittrice che vuole normalizzare la Tristezza e iniziare a scrivere di felicità, anche.
Vivo a Roma da ormai sette anni, con i miei capelli ricci, gonfi, gonfissimi, che mi collocano in ogni angolo del mondo ma che, almeno, lasciano in un campo neutro il mio orientamento sessuale.
La scelta di essere io il soggetto rappresentato per il quarto numero è arrivata in un momento di totale tristezza in cui avevo bisogno di guardarmi: di farlo per davvero, di fermarmi nuda avanti allo specchio e osservarmi, con calma.
Certamente non nella fretta di una doccia prima di una serata, né quando al mattino mi infilo i vestiti scelti la sera prima e poi corro per arrivare puntuale al lavoro.
L’obiettivo è stato guardare il mio corpo e mettere al centro i miei capelli, dandogli tutto il potere che da sempre rivendicano e che non sono mai io a conferire.
Bensì gli occhi estranei che da sempre li osservano: mani invadenti che “toccano”, spesso più del dovuto e senza permesso.
Lo spazio in cui mi sono messa a nudo, quasi letteralmente, è la mia camera da letto nell’interno 22 di un palazzo a Roma.
E questo, è significativo.
Roma è il luogo in cui i miei capelli hanno preso vita, per una seconda volta, proprio come me: dopo nove anni di stirature, di piastre, di bagni al mare negati.
Nove anni con la paura estrema dell’umidità che ne avrebbe sempre causato il gonfiore, fino a farli diventare una sorta di mongolfiera.
Quando ero piccola i miei capelli erano sempre motivo di “conversazione”.
Nel passeggino fuoriuscivano solo loro, le persone che fermavano mia madre, mi toccavano la testa, dicevano che erano belli e io, d’istinto mi ribellavo urlando e piangendo.
Rifiutavo qualsiasi complimento e qualsiasi mano osasse attraversare la mia chioma.
Si, mi piace chiamarla così, perché mi definisco, ad oggi, “un po’ nuvola, un po’ albero”.

Crescendo le battute più frequenti che ricordo erano: “Oh ma chi è, Caparezza?”
E poi ancora:
“Sembri un cespuglio”.
“Aspetta assomigli a un cantante degli anni ottanta” e altre.
Così come quelle che riguardavano il colore dei miei capelli:“Perché hai i capelli rossi e ti chiami Celeste”?
Non avevano senso queste frasi, eppure, a me colpivano: mi facevano sentire “inferiore”.

Ricordo di non essere mai stata una bambina così estroversa, fuori casa.
Al chiuso mi piaceva osare con tacchi alti e tanti colori: ero molto vanitosa e sicura di me, ma quando uscivo non facevo altro che appoggiarmi alle mie amiche.
O almeno, questa è la sensazione che provo quando ricordo quegli anni dell’infanzia.
Un giorno, però, convinsi mia madre a farmi i capelli lisci, e da quel momento iniziò quella che credetti essere la mia liberazione.
Il mio lascia passare per essere accettata dalla società, per “poter piacere”, per poter essere “come le altre bambine”.
Avevo solo nove anni e già portavo addosso il peso di non essere uniforme, ma non ne capivo ancora il dono e la fortuna.
Quindi, mi omologai e mia madre lo permise, chissà perché.
All’epoca non conoscevo alcuna persona come me: all’interno della mia famiglia avevano tutti i capelli “normali” e quello che doveva essere mio padre e che si diceva fosse “riccio” non lo vedevo mai.
Anche le mie compagne e i miei compagni di scuola erano perfettamente lisci e lisce.
Insomma, chiedo scusa alla piccola me – ma avevo bisogno di sentirmi, normale – qualsiasi cosa significasse questa parola a quell’età, per me.
Ho passato così nove anni della mia vita cercando di integrarmi all’interno della società facendo leva sui miei capelli “lisci”.
Più erano lisci e lunghi più facevo parte di un mondo, che poi fosse quello che desideravo, questo non me lo chiedevo affatto.
L’importate era sentire di avere una rete intorno, anche con il rischio di perdere me stessa, la vera me.
Nessuna persona poteva vedermi con i miei capelli naturali, li nascondevo, li bruciavo, li legavo fino a spezzarli tutti.
Li odiavo così tanto che sognavo di averli per sempre lisci e lunghissimi, e di poter fare la frangetta finalmente.
Quanto l’ho desiderata e quanto ho sofferto quando puntualmente le parrucchiere mi dicevano che con i miei capelli ricci: “no, non era possibile”.
Quando sono arrivata a Roma avevo ancora i capelli stirati, e li ho avuti così per un anno, finché poi una persona speciale mi ha cambiato la vita.
Finalmente un giorno sul finire del 2019, ho deciso di lavarli e lasciarli liberi.
Quella scelta forse iniziò davvero con la spinta di quella che era un mio grande amore dell’epoca, una persona così importante da farmi uscire di casa con i miei capelli ricci.
«Nessuno ci era riuscito mai dal 2009»

Roma e lei mi hanno donato la possibilità di rinascere insieme ai miei capelli.
Da quella sera di dicembre ho iniziato il percorso inverso: diventare “me stessa”.
Chiedendomi e decidendo finalmente come volessi essere, senza dover somigliare a nessun’altra persona, solo a me.
Nello specchio adesso volevo vedere solo la mia persona, nessuna ombra che mi seguisse.
Con molta pazienza ho iniziato capire come trattare i miei capelli, come conoscerli.
Quando ero piccola era mia madre che se ne occupava, quindi per me era come approcciare a loro per la prima volta.
E non è stato facile.
Non mi sono sentita subito bella, o comunque non sempre.
Il 2020 è stato un anno difficile e la quarantena mi ha permesso di dare ai miei capelli il tempo che serviva affinché rinascessero, senza mezze misure.
Ne siamo usciti forti, io e miei capelli, con un bel taglio che mi fece sentire molto bella e finalmente “me stessa”, ne ero certa.
Capelli e orientamento sessuale
Per quanto riguarda i miei capelli e il mio orientamento sessuale non ho mai avuto grandi discriminazioni, perché il focus era sempre spostato su altro.
I miei capelli, infatti, non portavamo alla creazione della domanda “con questi capelli sei lesbica oppure etero?”
Ma alle domande:
“quali sono le tue origini?”
“hai origini africane?”
“ma come li lavi?”
“ma li pettini?”
“ma sono tuoi o è una parrucca?”
Queste domande mi vengono poste di continuo, quasi ogni giorno, da persone sconosciute che mi vedono per la prima volta e che si intromettono nelle mie giornate senza nemmeno chiedere il permesso.
Così come nelle mie passeggiate, nei miei discorsi con altre persone, al tavolo mentre sto bevendo con le mie amiche.
Come se fossi un fenomeno da baraccone all’interno di un circo per cui, senza nemmeno pagare un biglietto, ci si avvicina e si inizia a fare domande “a sproposito”.
La mia reazione non è sempre uguale, alle volte rispondo in modo simpatico, ringrazio con il sorriso ai complimenti, altre volte sono infastidita, gli occhi addosso mentre cammino, fissi, senza staccarsi mai che iniziano a “domandarsi”, li riconosco.
Tutto questo mi fa sentire esposta a qualsiasi pericolo, mi fa sentire un oggetto.
Così come quelle mani che li “stuprano” i miei capelli, senza chiedere.
Infilano le mani dentro ed esclamano “che li vorrebbero” e che sono molto morbidi.
In verità anche le mani che chiedono mi infastidiscono, alle volte, perché non comprendo mai il motivo e l’esigenza.
La domanda sulle mie origini mi fa sempre ridere: basta davvero poco per rendere una persona “esotica”, per renderla un territorio sconosciuto da invadere.
E non è a caso, questa mia associazione.
I miei capelli fanno di me una persona non italiana o, comunque, non del tutto, a metà.
Agli occhi estranei quell’altra metà non può che derivare dall’Africa e questa associazione a me ha causato una crisi identitaria.
Hanno ragione, io non sono tutta “Italia”, se vogliamo metterla dal loro punto di vista, perché sono anche metà albanese, ma questo non soddisfa la loro curiosità.
Vogliono sapere se ho un parente africano nella mia famiglia: altrimenti questi capelli come sono usciti fuori?
Chiedono incessantemente.
I miei capelli, però, hanno avuto un ruolo importante nel mio percorso identitario, anzi quest’ultimo è passato per intero attraverso i miei capelli.
Ricordo, infatti, l’anno in cui mi stavo scoprendo lesbica, o meglio stavo capendo, finalmente, quale fosse il mio orientamento sessuale, me lo stavo domandando per la prima volta dopo qualche anno dalla prima volta in cui avevo fatto sesso e mi ero innamorata, di uomini.
Quel percorso identitario mi ha causato molto dolore, ero costantemente in lotta con il mio corpo e il bersaglio principale erano i miei capelli, per questo li tagliai cortissimi.
Il prossimo passo sarebbe stato solo la rasatura che non ebbi il coraggio di fare, e me ne pento ancora.
Il mio taglio di capelli, in quel momento, aveva un significato ben preciso: volevo assolutamente trovare me stessa, volevo “essere vista” e considerata “attraente” da un preciso tipo di persone, dovevo appartenere ad una parte della società ben precisa.
Ed era quello il mio lascia passare.
Il taglio di capelli è stato per me anche simbolo di insofferenza, di frustrazione: dovevo liberarmi dai canoni di una società che mi aveva plasmata in un modo.
Da una famiglia che mi aveva sempre vista fidanzata con un uomo, che forse aveva su di me fantasticato figli e matrimonio, dovevo distaccarmi da tutto e quei capelli corti, molto corti, erano il mio paracadute.
E tutte le persone che mi conoscono sanno che io soffro di vertigini e che non mi sarei mai buttata, se non ne avessi davvero avuto bisogno.
Quello fu il primo passo verso la liberazione del mio corpo, della mia identità.
Tuttavia ancora non mi sentivo bene, mi vedevo brutta, mi sentivo “un uomo”. Non ritrovavo i miei tratti femminili e questo non mi piaceva.
Così feci subito le “treccine”, che sono un po’ il mio rifugio quando sono stanca della mia chioma gonfia.
Non so, al momento, quanto i miei capelli dicano di me che sono una donna lesbica, ma non mi importa, perché non mi serve sembrare lesbica, o comunque non sempre.
Magari solo quando lo voglio io.
Oltre a questo, da un po’ di anni a questa parte, i miei capelli sono diventati la mia personalità: sono quella che grazie ai capelli viene trovata alle feste, quella che viene notata grazie ai capelli, che viene ricordata grazie a i capelli, che viene riempita di complimenti, grazie ai capelli.
Io sono diventata i miei capelli, e questo alcune volte crea dei problemi, soprattutto quando ho il desiderio di rasarmi la testa.
E penso:
“Chi posso essere, io, senza i miei capelli?”
“Cosa avrò di così particolare senza i miei capelli?”
“Qualcuno mi noterà mai senza i miei capelli?”
“Perderò la mia bellezza senza i miei capelli?”
Insomma, ora sono incastrata in un altro schema, e anche in questo non ci sono entrata per mia volontà.
Una cosa, però, è cambiata rispetto agli anni passati: i miei capelli ricci sono i miei capelli ricci, e di nessun’altra persona.
Io conosco la loro sofferenza, la loro vergogna e la loro potenza, il loro orgoglio e la loro lotta.
Sono “un’arma” con la quale non sarò mai invisibile, è vero, ma forse non è quello che voglio, essere invisibile intendo.
Voglio che mi vedano e che vedano quanto sono forte, quanto non mi frega nulla di essere diversa, perché ho scelto di essere così e per questo mi piaccio.
Perché la mia testa è politica, i miei capelli sono politici, il mio corpo è politico.
Le parole di Giulia – Founder di NQ
Sono molto emozionata per questa uscita, perché racchiude tutto ciò che ho percepito “come urgenza” in Celeste la prima volta che l’ho incontrata. Oggi Celeste ci restituisce fedelmente tutto ciò che l’ha smossa nella sua indagine sul rapporto tra donne e capelli.
Supporta Narrative Queer
La rubrica fa parte di Narrative Queer, un progetto indipendente nato dal desiderio di coltivare benessere psicologico e senso di comunità attraverso la condivisione di esperienze non normative.








