#3 Bestialitrans. Corpi, animali e la voce che ci guida
Una poesia, una voce che si sveglia di notte per farsi parola e poi grida, che non dorme quando il corpo dovrebbe, che strattona per farsi sentire.
C’è una poesia che amo particolarmente e che credo possegga una voce che si sveglia di notte per farsi parola e poi grida, che non dorme quando il corpo dovrebbe, che strattona le interiora per farsi sentire.
È la voce de l’animale che siamo. Mariangela Gualtieri la ascolta e la segue, in una poesia che non parla di persone trans*, ma parla da un dentro incandescente, irrequieto, non pacificato e apre un ventaglio di possibilità per farsi leggere in un’ottica intersezionale. Un dentro, quello irrequieto e incandescente, che conosco bene.
L’animale che siamo è poesia affamata e che affama, parola stanca e che stanca, verso struggente e che sa farti vedere oltre la tua umanità.
Un testo crudo, forte, resistente, oggi diremo antispecista che per farsi capire mi spinge e costringe a usare una parola nuova, creata e teorizzata da me nel mio nuovo saggio in uscita a fine settembre (edito D editore), Anatomia di un mostro.
La parola di cui sto parlando è bestialitrans(1).
Bestialitrans è l’orrore che ci viene cucito addosso, le separazioni artificiali tra umano e non-umano, tra identità riconosciute e identità mostruose. È la nostra fame di non sentire più quell’atroce dolore proveniente dal rifiuto.
È la paura che ci tiene svegli a rimuginare sulla nostra diversità come fosse una colpa, l’esigenza di rivendicare tutta l’animalità che attraversa i nostri corpi umani. La bestialitrans – neologismo che incarna la sovrapposizione concreta di transfobia e specismo – è ascoltare «lo sgomento dell’animale che sono».
L’animale che siamo
L’animale che siamo lo sa bene -
vede il più folle passo che ci attende
lo spalancato abisso che ci chiama
L’animale,
l’animale che siamo dorme male -
è atterrito.
Sua è la stanchezza in cui ci consumiamo.
Noi dormivamo e lui restava teso, noi leggevamo
e lui ci strattonava, noi ridevamo e lui no
non rideva.
Io ascolto lo sgomento dell’animale che sono.
Gli accarezzo il petto nel mio petto.
Appoggio la fronte sulla sua zampa-mano.
Sono al mondo. Siamo. Vorrei
fare un pianto per tutti. Per tutto.
Mi appaiono i miliardi di animali
che teniamo rinchiusi malamente
e poi mangiamo. Vedo i musi. I becchi.
Le squame sanguinanti. Ho pena.
E l’umano guerreggiato. E quelli che hanno
fame. Quando l’orrore è grande
non si piange nemmeno.
Tieni la mia voce. Sono capace
di dare solo questo. Tieni
le mie parole. Mi svegliano la notte
per uscire da me e mettersi sul foglio.
Solo questo poco riesco a fare.
Benvenuto, mio dolore. Mio animale.
Guidami tu - ora.
Smettere di tapparsi le orecchie e ascoltare lo sgomento non più come ferita privata ma come condizione politica. Perché come ha saputo tirare fuori dalla sua penna Gualtieri in modo impeccabile «l’animale che siamo lo sa bene \ vede il più folle passo che ci attende \ lo spalancato abisso che ci chiama».
Rendersi conto d’essere l’animale, rivendicare la propria bestialitrans in quanto soggettività non previste, è la reazione viscerale e lucida del corpo che si accorge di essere visto come scarto, come carne da macello, come altro.
Ascoltare quello sgomento significa – per me e per tutte le soggettività trans* e non previste – fare i conti con un sistema che non ci riconosce come umani se non a condizione di normalizzazione.
Significa capire che nella catena del valore imposta dallo Stato, dalla cultura, dal patriarcato e della cisnormalizzazione il mio corpo è soltanto carne di bestiaccia e io valgo quanto la vita di un animale non-umano.
Io sono al pari di una mucca da latte, di un cane randagio, di una scrofa ingravidata a forza, di un ratto incastrato in una trappola collosa.
Un corpo da regolare, contenere, addestrare e uccidere se necessario. Io per questo ho deciso di restare bestia, di ascoltare il grido «dell’animale che sono» mentre «gli accarezzo il petto nel mio petto \ appoggio la fronte sulla sua zampa-mano».
La poesia di Mariangela Gualtieri, tra antispecismo, riscoperta del doppio interiore e un focus potente sulla violenza strutturale che esercitiamo sugli animali non umani ci invita a tornare ad abitare la nostra animalità.
«L’animale che siamo dorme male \ è atterrito» perché prima di noi sa di essere in trappola e perché «è sua la stanchezza in cui ci consumiamo».
L’animale che siamo intuisce la violenza dell’umana presenza, anche quando la gabbia che ci contiene è fatta di burocrazia, di leggi, di norme che sembrerebbero del tutto rispettabili. I versi di Gualtieri, oggi più che mai, possono essere letti e interpretati con una lente intersezionale e transfemminista, dandoci modo di rileggere la violenza umana contro gli animali come riflesso delle politiche anti-trans* e della transfobia sistemica e strutturale.
Gualtieri nella sua poesia va oltre, arrivando a darci gli strumenti per creare quella che potremmo definire come una pratica radicale di diserzione dalla gerarchia umana tramite il gesto politico e affettivo di riconoscere l’altrx — umano, animale, ibrido, mostruoso — non come oggetto di compassione, ma come corpo portatore di esperienza, di lingua, di memoria e di dolore.
In uno dei versi a mio avviso più struggenti e più toccanti di questa poesia la sua penna ci confida «Sono al mondo \ Vorrei fare un pianto per tutti \ per tutto». Gualtieri non solo qui ci lascia intimamente entrare nel suo dolore profondo «per i miliardi di animali che teniamo rinchiusi malamente \ e poi mangiamo» ma ci chiama all’agire politico, a una presa di coscienza viscerale che possa farci rendere conto della violenza che siamo in grado di compiere verso le soggettività che riteniamo non meritevoli, inferiori, non ascoltabili.
Leggendola oggi, la poesia di Mariangela Gualtieri non può che rivelarsi come l’esigenza di dare vita a un’alleanza trans-specie per immergersi nella risonanza del dolore e del desiderio animale, che sia umano o non-umano. Spingersi per riconoscere l’intelligenza animale, il dolore dei corpi colonizzati, la furia delle soggettività trans*, intersex, queer, razzializzate, disabilitate, detenute.
Un’alleanza trans-specie è un atto coraggioso di sabotaggio in una società che fonda sé stessa sulla distinzione violenta tra l’umano e la bestia, tra la norma e il mostro, tra il corpo valido e quello eccedente. Gualtieri ci mostra tramite «squame sanguinanti» la violenza sugli animali diventa specchio della violenza sistemica sui soggetti non normati o in condizioni di fragilità.
Nei versi finali Gualtieri ribalta tutto, mettendoci faccia a faccia con quel dolore che provochiamo e di cui spesso siamo colpevoli che non può più essere evitato. «Benvenuto, dolore \ mio animale \ guidami tu - ora» scrive, mettendo in chiaro che non c’è salvezza nell’umanità. Per sopravvivere non basta umanizzarsi ma abbiamo bisogno di riconoscere l’animale che siamo e lasciarci guidare.
1)Elia Bonci, Anatomia di un mostro, D Editore
La rubrica fa parte di Narrative Queer, un progetto indipendente nato dal desiderio di coltivare benessere psicologico e senso di comunità attraverso la condivisione di esperienze intime e non normative.
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